GENOVA
Genova può, a buon diritto, fregiarsi dell'appellativo di patria del gioco del
lotto. In verità sull'argomento esistono diverse tesi e teorie ma la più
accreditata è proprio quella che vede nascere il progenitore del gioco a Genova
nei primi anni del 1500. Nel 1539 sappiamo per certo che fu emanato un decreto
secondo cui "non sia persona alcuna, che osi o presuma fare simili partiti o
scommesse ne prendere ne dar danari per tale causa, ne fare alcuna scommessa
sopra le elezione degli Illustrissimi Duci Concirvatori in qualsiasi modo sia
secreto o palese, dirette o indirette sotto qual vocabolo o condizioni si voglia,
sotto pena di scudi duecento, e ogn'altra pecuniaria e corporale in arbitrio
della Signoria". Questo preciso divieto è la prova lampante che gi nel 1539
esisteva un sistema di scommesse collettive legato all'elezione dei magistrati
chiamati periodicamente a
sorteggio a far parte del Senato della repubblica genovese. In realtà a Genova
esistevano gi alcuni giochi legati ad accadimenti naturali o civili.
Si poteva così giocare al "Biribis" (il cui premio era di sessanta volte la
posta), ai "Montelli", alle "assicurazioni marittime". Inizialmente queste
forme antenate del gioco del lotto erano semplici scommesse tra privati
cittadini. Non per questo per il Governo genovese restò inerte di
fronte al proliferare di queste nuove attività ludiche. Esistono infatti almeno
tre editti, uno del 1617, uno del 1619 ed uno del 1627, che
vietarono espressamente ogni forma di scommessa tra cittadini e citavano diverse
volte questi giochi. Nonostante dette proibizioni, i più
scaltri ed esperti scommettitori trasformarono la loro passione in una lucrosa
quanto illegale attività economica, iniziando a tenere il banco.
Apparve così il "Gioco del Seminario" (detto anche del "Seminajo"), che tra
l'altro aveva il merito per i giocatori di riconoscere premi in misura
più elevata di quelli concessi dalle altre forme embrionali di gioco in vigore
in quel momento. Un altro vantaggio che sembra avesse il "Gioco
del Seminario" rispetto agli altri giochi allora in vigore, era dato dal "Monte
delle scommesse". Si trattava di un sistema automatico di
capitalizzazione che consentiva di dare sempre maggiori premi al vincitore.
Quando i nomi estratti non erano tra quelli indicati dal popolo,
che evidentemente scommetteva sempre sui "maggiorenti", gli introiti venivano
accumulati in una cassa (detta appunto "monte delle
scommesse") ed assegnato in occasione dell'estrazione successiva. Questo sistema
ci fa pensare al fatto che le vincite fossero assegnate non in base
a quote fisse, come è oggi il lotto, ma in base al sistema più sicuro per il
gestore, ma meno invitante per il giocatore, del montepremi. Il nome
"del seminario" derivava da quello con cui il popolo chiamava il contenitore in
cui venivano imbussolati i centoventi nomi dei cittadini più in
vista della potente repubblica marinara. Tra questi venivano estratti cinque
nomi che entravano a far parte del Senato. Per gli altri comuni
mortali l'occasione era troppo ghiotta per non essere presa al balzo. Le
scommesse si arricchirono proprio in virtù delle accresciute
combinazioni rese possibili dal maggior numero di nomi estratti. L'urna del
"seminario", proprio perché legata al potere delle Repubblica, fu
identificata dal popolo come un simbolo legato al vecchio regime, tanto che, in
occasione della costituzione di un governo democratico
appoggiato dalla Francia, venne poi bruciata in piazza dell' Acquaverde il 14
giugno 1797. L'onda della rivoluzione francese toccò anche il
gioco del lotto. L'aggressività del nuovo gioco prese di contropiede il Governo
che fu costretto a ricorrere a nuove forme di repressione. In un
editto si legge che "qualsivoglia persona che frà otto giorni prossimi alla
pubblicazione denonciando o manifestando all'illustrissimo Palazzo o ad
una Ecc.ma Segretaria i nomi di quei che hanno fatto sponsioni scommesse, o dato
promesso, scommesso preso, è giocato sopra delle estrazioni insieme
con la somma giuocata - conseguirà l'impunità del fatto o, contravvanzione e di
più haverà la repetittione di tutto quello che havesse perduto...".
Nonostante queste prove di forza, il Governo non riuscì mai ad intaccare
seriamente l'incremento del gioco. Così in data 22 settembre 1643 i
Serenissimi Collegi fecero un clamoroso "dietro-front", anche perché le finanze
pubbliche erano in gravi difficoltà . Secondo documenti ancora
in nostro possesso sembra che alla data del 1641 la repubblica di Genova avesse
un deficit di oltre mezzo milione di lire genovesi dovuto
essenzialmente ai debiti contratti per la costruzione delle poderose
fortificazioni cittadine. Su proposta della Camera, l'organo statale che
curava la buona salute delle finanze, i Serenissimi Collegi decisero di
appaltare il gioco, ribadendo nel contempo l'assoluto divieto di effettuare
privatamente raccolte e giocate. Questa data segna la nascita ufficiale del
gioco del lotto legale. Nel marzo del 1644 fu assegnato l'appalto per la
gestione del gioco del lotto che continuò a chiamarsi "giuoco del seminario". Ad
aggiudicarsi la gara fu una società composta da quaranta
concessionari (che appunto si chiamava "società dei quaranta") per un prezzo
annuo di 58 mila lire. I giocatori potevano puntare sull'estratto
semplice, sull'estratto determinato (il primo nome eletto in ordine di
estrazione), sull'ambo e sul terno. La ricevuta che veniva consegnata al
giocatore a riprova dell' avvenuta giocata, si chiamava "firma". Dal punto di
vista civile aveva un grande valore in quanto per il pagamento
della "firma", al pari dei "pagherò" e delle "cambiali", era prevista una forma
di esecuzione privilegiata detta "esecuzione parata". In verità i
nomi imbussolati non erano mai 120 ma subivano una certa oscillazione in base al
numero effettivo dei candidati. Si rendevano inoltre spesso
necessarie alcune "estrazioni straordinarie" finalizzate a scegliere i nuovi
membri senatoriali resi vacanti per morte o impedimento. Il nuovo
gioco, a seguito della liberalizzazione e della conseguente regolamentazione,
ebbe nel tempo un successo clamoroso tanto che le giocate
provenivano da ogni parte d'Italia. Ne è prova il dato degli introiti ricavati
dal gioco del Seminario che registrò una forte impennata negli anni
seguenti alla proibizione del gioco in Roma decretata nel 1696 da Papa Innocenzo
XII. I sudditi del potere temporale della chiesa, non potendo
più giocare sul lotto di Roma, spostarono le loro scommesse su quello di Genova.
Non a caso uno dei motivi che spinsero Papa Clemente XII a
reintrodurre il gioco, vietato solo sei anni prima, fu proprio la grande fuga di
danaro che avveniva da Roma verso le casse di altri Paesi. Del
resto per la prima volta uno Stato si cimentava in questa nuova attività e
questo offriva finalmente una certa garanzia ai giocatori che tutto
venisse fatto nel più regolare dei modi. Il controllo della Camera, il Ministero
delle Finanze della repubblica genovese, era molto preciso.
Oltre a decidere sulle controversie tra privati e privati e tra privati e
pubblica amministrazione, la Camera presenziava all'estrazione e si
prendeva cura di pubblicare a proprie spese l'elenco ufficiale dei nomi
imbussolati e di quelli estratti. Anche per questo, l'interesse per il gioco
crebbe in tal misura che, per dare nuove opportunità ed anche per acquisire
moneta estera, il Governo autorizzò i gestori di raccogliere
scommesse anche sui lotti di Torino e Milano. Tale possibilità era però
riservata ai soli stranieri e non era consentito raccogliere scommesse di
cittadini genovesi. Per questo il sistema di raccolta era diverso da quello
ordinario e veniva effettuato da speciali "prenditori" direttamente
presso il domicilio dei forestieri. Interessante notare che anche il Gioco del
Seminario conobbe una sorta di "lottonero" se è vero che in Genova
si diffuse in maniera abbastanza capillare un nuovo gioco, pressoché identico al
Seminario, ma basato su una diversa lista di nomi. Dal
momento che i prenditori non dovevano corrispondere alcun canone allo Stato, le
vincite per i giocatori erano superiori. Per contrastare la
diffusione di questo gioco alternativo, di cui - sembra - si svolgessero tre
estrazioni all'anno, le autorità genovesi giunsero a prevedere nel 1671
sino a "scudi duemilla d'oro e con penale sino a due o tre anni di galera" per
coloro che venivano trovati a gestire il nuovo gioco. Nel 1735 si
registrò la novità dell'importazione da Torino del "Gioco delle Zitelle".
Venivano imbussolati novanta nomi di giovane ragazze da marito. Ai
cinque nomi estratti veniva riconosciuta una dote di cento lire. Per introdurre
in Genova questo nuovo gioco, gli appaltatori si impegnarono a
riconoscere un compenso annuo di diecimila lire. Nel 1805 la repubblica di
Genova passò, come quasi tutta l'Europa occidentale, sotto il
controllo delle armate francesi ed il lotto venne soppiantato dalla "Lotteria
Imperiale Francese", peraltro assai simile al gioco del lotto.
Dissoltosi l'impero napoleonico, il lotto genovese confluì prima in quello del
Regno di Sardegna e poi in quello italiano.
VENEZIA
Venezia il gioco del lotto, simile a quello odierno, nacque nel 1733. La prima
estrazione fu effettuata il 5 aprile 1734. In precedenza era giÃ
operante una sorta di lotto pubblico ma assomigliava più alle moderne lotterie.
Infatti già il proclama del 17 dicembre 1715, pubblicato per
ordine dei Deputati, et Aggionti sopra la Provision del dinaro, regolava una
lotteria, la cui estrazione era stabilita per il 3 febbraio 1716. Non è
quindi un caso che lotterie del genere continuarono anche dopo la nascita del
lotto vero e proprio. Il nome del gioco assunto a Venezia, "Lotto
intitolato di Genova e di Roma", dimostra come si trattasse di un gioco di
importazione. Il decreto che ne fissò la nascita è datato 14 gennaio
1733. In quella stessa occasione venne stabilito che il gioco fosse gestito
direttamente, evitando l'appalto a terzi, e non fu posto alcun limite alle
giocate. Ma nel 1745 per l'estrazione di cinque numeri si giunse a dover pagare
circa 200.000 ducati di vincite. Si stabilì allora che non si
sarebbe dovuta superare la somma di 118.000 ducati per ogni estrazione. Veniva
inoltre applicata la regola detta del "castelletto" (si veda oltre)
in base alla quale quando veniva raggiunta la somma prevista, si poteva
procedere alla chiusura del gioco restituendo ai giocatori le giocate
accolte in eccedenza. Il lotto si svolgeva predisponendo una lista di "novanta
dongelle nubili, da scegliersi da Parochie, Ospitali e luoghi Pij della
città da imbossolarsi nella giornata d'estrazione del lotto". Ogni anno venivano
svolte nove estrazioni di cinque nomi di ragazze. Al primo nome
estratto erano riconosciuti a titolo di dote quaranta ducati; alle altre quattro
ragazze solo venti ducati. La coincidente finalità di voler
costituire la dote di giovani fanciulle, dimostra l'ampio influsso del "gioco
delle zitelle", che aveva luogo a Torino sin dal 1674. Riportiamo la
descrizione che fa il Petitti, attento storico del gioco del lotto,
dell'estrazione a Venezia: "Il luogo dell'estrazione era la loggetta, ossia la
gran
loggia del Sansovino sotto la gran torre di S. Marco, residenza solita dei
procuratori di S. Marco, ai quali ed agli Arsenalotti (maestranze dell'arsenale
fidatissime) era confidata la custodia del palazzo ducale durante la sessione
del consiglio maggiore. Si paravano per l'estrazione, a festa le colonne
della loggetta: si sceglieva un trovatello dell'età di cinque anni all'incirca.
Preparate novanta cedole in pergamena, sur ognuna d'esse scriveansi i
novanta numeri dall'1 sino al 90, riscontrate e riconosciute ciascuna
successivamente da due Magistrati intervenienti all'operazione, rotolavansi ad
una una quelle cedole, e ponevansi poscia da un terzo Magistrato interveniente
in una botticella, o bossolo di legno aperto, il quale, compiuta l'opera,
ed imbussolati i novanta numeri, chiudevansi da un quarto Magistrato, e
mettevasi da un quinto sopra un vassoio d'argento, sul quale era portato da
un ufficiale alla vista del popolo in una cassetta d'argento in forma cubica.
All'entrare de' Magistrati nella loggetta, le trombe suonavano a festa
come nel tempo che passava fra l'estrazione del primo al secondo numero, e così
in seguito. Posto il trovatello in luogo alto, onde ognuno potesse
vederlo operare, i servienti dell'ufficio rimescolavano la cassetta ch'era
chiusa a chiave, e, questa aperta, estraevasi un numero. Chiusa nuovamente
riaprivasi per estrarne altro numero, e così successivamente fino al quinto. Ad
ogni estrazione di numero, questo era bandito a voce prima agli
astanti dai donzelli de' Magistrati; di poi tosto si pubblicavan tutti li cinque
numeri estratti a stampa; prima ancora una torma di biricchini correva
nelle varie calle della città recando con grida a pubblica notizia qué numeri,
vendendone la nota scritta da essi a mano sur un pezzetto di carta per un
soldo veneto". Questo sistema di gioco restò invariato molto a lungo sino alla
prima dominazione austriaca (1797-1806). Anche a Venezia il
lotto "nero" dovette avere una larga diffusione visti i numerosi interventi
normativi che furono emanati per combattere questa pratica illegale
MILANO
A Milano il gioco del lotto non si può certo dire che abbia avuto vita facile.
Una serie infinita di divieti, si alternò a concessioni straordinarie,
"grida" che lo vietavano, si anteposero ad editti che lo regolamentavano. Del
resto a far chiarezza sulla materia non ha contribuito la frequente
alternanza del potere che in poco più di due secoli ha visto passare per le vie
di Milano prima la dominazione spagnola, poi quella austriaca, poi
quella francese, poi di nuovo quella austriaca, ed infine quella piemontese.
Sembra comunque certo che il gioco del lotto a Milano fu
introdotto al principio del XVII secolo. E' quanto testimonia l'autorevole
storico del gioco del lotto, Petitti di Roreto. E' assai probabile, se
non proprio certo, che il gioco si sia diffuso nell'area del capoluogo lombardo
facendo riferimento alle estrazioni del gi famoso "Giuoco del
Seminario" che si svolgeva a Genova. A confermare l'origine genovese del lotto
milanese starebbe la "grida" del 4 febbraio 1644 che appunto
vietava, in verità senza troppo successo, l'introduzione da Genova del "Gioco
del Seminario". Interessante notare come il divieto fosse dettato
dal fatto che - come si legge nella "grida" - il gioco non era "libero, e
sincero, ma fraudolento, o almeno facile è cagionar' inganni, e pernicioso al
ben pubblico, perciòché inclinandosi molti inesperti della plebe, e donnicciuole
con la speranza vana del guadagno ad entrar nel giuoco, vanno in esso
dispensando, e consumando quello, che dovrebbe servire per il sostento delle
case loro". Eppure, nonostante il divieto, il gioco continuò a crescere in
clandestinità tanto che il 2 luglio 1665 il Governatore della città di Milano fu
"costretto" a concedere per 20 anni a tal Giovanni Battista Via la
concessione del gioco in cambio della metà degli utili. Anche Milano aveva ormai
capito che il lotto poteva trasformarsi per le casse dello Stato
in una formidabile "macchina fabbrica-soldi". Eppure, nonostante la concessione,
il gioco ufficiale stentò a decollare tanto che fu necessario
procedere all'assegnazione di successivi appalti a diversi gestori per ottenere
il sospirato guadagno da distribuire all'erario. Guadagno che per
non dovette essere mai così esaltante se nel 1688 il governatore spagnolo fu
costretto a tornare sui suoi passi, revocando l'autorizzazione del
gioco e rendendolo di fatto illegale. Il gioco naturalmente continuò a pieno
ritmo, con la sola differenza che i giocatori, invece di scommettere
sul lotto di Milano, puntavano su quello di Genova. E che questo sia accaduto
realmente n'è prova l'impennata degli introiti registrati in
quegli anni dal gioco nella vicina repubblica ligure. Dopo un infruttuoso
tentativo di vietare la raccolta del "Gioco del Seminario" che si
svolgeva a Genova (1696), il 27 Marzo 1696 il Governatore di Milano pose rimedio
a questa "fuga di capitali all'estero", concedendo la privativa
della raccolta del gioco di Genova sulla piazza di Milano ad una sola persona,
tal Francesco Ripamonti, in cambio di ben 40.000 lire annue. Il
risultato dell'operazione dovette essere del tutto fallimentare se qualche anno
dopo nel 1698 il governatore decise di revocare "qualonque
permissione, e toleranza da qui adietro concessa di poter esercire, è
far'esercire in questo Stato detto Giuoco chiamato del Seminario all'uso di
Genova
proibendo espressamente ad ogn'uno il tener'aperte Botteghe, Luoghi per giuocare
detto giuoco". Il divieto venne ulteriormente sancito nel 1700
quando la "grida" del 10 febbraio confermò il divieto assoluto di prendere parte
al gioco del Seminario di Genova stabilendo "la confiscazione
immediata dei beni, quella ancora di tre tratti di corda in pubblico e sei anni
di galera". Per dare ancora maggiore incisività all'azione repressiva il
legislatore arrivò a promettere "all'accusatore, di più del segreto, il premio
della metà della suddetta confiscazione". Di fronte alla continua crescita
del lotto illegale era comunque gioco forza che le autorità tornassero sui loro
passi. Il 18 maggio 1702 il Principe Carlo Enrico di Lorena, a
nome di Sua Maestà Filippo V, re di Spagna, concesse ad un unico appaltatore la
facoltà di organizzare due estrazioni all'anno. Nel 1706 il
passaggio dei poteri dall'amministrazione spagnola a quella austriaca non turbò
il regolare svolgimento del gioco. Anzi il governo d'oltralpe
puntò ad un suo organico sviluppo. Così a fianco alla raccolta delle giocate per
il Gioco del Seminario di Genova, l'amministrazione asburgica
volle impiantare un lotto tutto milanese. Con un editto del 22 dicembre 1768,
Maria Teresa d'Austria fissò nuove regole, concedendo la
licenza alla famiglia Minonzi dietro il pagamento di un canone annuo di 150.000
lire e prevedendo la partecipazione agli utili della Regia
Camera per un terzo. L'editto stabiliva che fossero svolte 11 estrazioni l'anno
mediante l'imbussolamento di 90 numeri. Contestualmente era
anche concessa la licenza di raccolta del "Gioco del Seminario" di Genova. A
partire dal 1784 il gioco del lotto venne gestito direttamente dalla
Regia Camera e fu stabilita a favore dell'erario la cifra di 227.000 lire annue,
pari al canone dell'ultimo appalto. Il rimanente delle entrate
venne destinato alla costruzione di nuove scuole. In realtà questa disposizione
non fu rispettata poiché quell'anno il Municipio di Milano
dovette provvedere all'illuminazione notturna della città in compenso per ogni
estrazione furono prelevate 5 doti da 50 lire ognuna da
destinarsi a cinque ragazze da marito. Nel 1787 queste doti furono destinate ad
operaie delle manifatture di seta allo scopo di promuovere tale
settore. Il numero delle estrazioni salì a 26, di cui tredici si svolgevano a
Milano e tredici prendevano come riferimento i numeri estratti a
Torino. A Milano, come in altre città , si stabilirono limiti di gioco e si
adottarono alcuni sistemi diretti a limitare le spese eccessive per le
vincite, come ad esempio il controllo delle giocate elevate (il "castelletto") o
addirittura il divieto per i ricevitori di accettare ulteriori puntate
su determinati numeri. Con l'invasione napoleonica il lotto milanese restò
sostanzialmente invariato anche se le tariffe vennero allineate alla
"lotteria imperiale" in uso in Francia. Nel 1817, dopo la caduta di Napoleone a
Waterloo, l'imperatore Francesco I tornato sul trono del regno
lombardo-veneto, emanò un decreto con cui regolamentò in maniera organica
l'intera materia. A seguito della vittoria nella battaglia di
Villafranca, le truppe piemontesi conquistarono definitivamente il regno ed il
lotto di Milano confluì prima in quello di Torino e poi in
quello italiano.
ROMA
Anche a Roma da oltre tre secoli il gioco del lotto fa parte del tessuto della
cultura e delle tradizioni popolari. Splendidi acquarelli del Pinelli e
dissacranti sonetti del Belli e di Trilussa, immortalano questo gioco
nell'immaginario collettivo della città . Eppure la storia del lotto a Roma
non ha certo avuto facile corso. Importato clandestinamente dagli altri Stati,
se ne ha notizia sin dal 1666 quando Filippo IV, re di Spagna,
chiese a Papa Alessandro VII Chigi di decidere circa la liceità sul piano
religioso del gioco del lotto che si stava diffondendo anche nelle sue
terre. Sua Santit boll immediatamente il gioco, condannandolo come peccato grave
e prevedendo pesanti pene ai giocatori e la reclusione per i
ricevitori. Inoltre stabilì che tutti coloro che avessero comunque a che fare
con il diabolico gioco fossero scomunicati "ipso facto incurrenda".
La bolla papale generò grande malcontento tra la popolazione che aveva preso a
giocare con passione ai lotti di Genova, Modena e Napoli. La
posizione di Papa Alessandro VII fu per confermata prima da Innocenzo XI
Odescalchi, che emanò due bolle di divieto nel 1676 e nel 1685, e
poi da Innocenzo XII Pignatelli che ribadì nel 1696 il divieto allargandolo a
qualsiasi altra forma di scommessa. Nonostante queste decise
proibizioni il gioco del lotto clandestino a Roma prosperò in maniera sempre più
ampia. Clemente XI Albani pensò allora di ridiscutere tali
divieti ed affidò la questione ad un'apposita congregazione di teologi e
canonisti che dopo "diligente discussione" giunsero alla conclusione che
"non si doveva permettere n in Roma n altrove dello Stato Ecclesiastico l'uso di
simili giochi, se non sotto le condizioni e cautele e con il regolamento
della medesima congregazione proposto e insinuato". Come dire che il gioco del
lotto sarebbe potuto diventare legale solo se gestito dallo Stato
Pontificio. Nel 1721, a seguito di tale illuminato parere, Papa Innocenzo XIII
permise l'introduzione del gioco. Interessante notare che
nell'editto veniva stabilito che"nessuno dovesse ardire a giocare ai Lotti di
Genova, Milano, Venezia e Napoli o a qualunque altro, tanto dentro che
fuori dallo Stato Ecclesiastico". L'abilità dei Papi di dettare un'attenta
politica finanziaria trovò puntuale conferma anche nel campo del lotto.
La gestione del gioco venne infatti data in appalto a privati a condizione che
le vincite per ambo e terno fossero maggiori di quelle riservate ai
vincitori di altri Stati, rispettivamente del 20% e dell'80%. Grazie a questo
importante vantaggio a favore del giocatore, il gioco conobbe una
vera e propria esplosione, anche per il forte afflusso di giocate provenienti da
territori stranieri. Per dopo appena quattro anni, nel 1725, Papa
Benedetto XIII, subito dopo la sua successione a Papa Innocenzo XIII, cancellò
quanto fatto dal suo predecessore emanando tre diversi editti
che tornarono a vietare il lotto a Roma. Nonostante il divieto, i sudditi papali
continuarono a giocare al lotto sia a Roma (con il lotto
clandestino), sia soprattutto partecipando ai lotti stranieri. Questo fenomeno
indusse il Papa ad emanare una costituzione, datata 12 agosto
1727, che prevedeva nuove pene spirituali, oltre quelle temporali previste dai
precedenti tre editti. Gli ecclesiastici sorpresi a giocare al lotto
venivano sospesi "a divinis" mentre era prevista la scomunica per i sudditi.
Inoltre per tale reato non era consentito ai confessori concedere
l'assoluzione se non in punto di morte e direttamente dal Papa o a seguito di
sua espressa autorizzazione. Per fortuna le anime dei romani
restarono in pericolo solo quattro anni perché nel 1731 la liceità del gioco del
lotto venne prontamente ristabilita. Papa Clemente XII decise di
reintrodurlo al fine di trovare i fondi necessari per costruire una grande
fontana al termine dell'acquedotto dell'acqua Vergine, uno dei più
importanti tra quelli che portavano l'acqua a Roma, fatto costruire nel 19 a.C.
da Marco Vispanio Agrippa lo stesso che fece erigere il
Pantheon. Di l a poco, grazie ai proventi del lotto, sarebbe nata la fontana di
Trevi, la fontana più famosa del mondo. Inutile dire infatti che
per realizzare il grandioso progetto pontificio occorrevano ingenti quantità di
denaro. In quegli anni le casse vaticane erano per
particolarmente dissestate. A complicare le cose stava il fatto increscioso che,
come detto, solo sei anni prima Papa Benedetto XIII ne aveva
sancito l'assoluto divieto. Per non avere rimorsi di coscienza ma soprattutto
per evitare di cadere in aperta contraddizione con il suo
predecessore, Clemente istituì una commissione "ad hoc" con il compito di
esaminare nuovamente i vari aspetti legati al gioco, non ultimi
quelli religiosi. I lavori della commissione non durarono a lungo, anche perché
il Papa aveva fretta di aprire il cantiere per la nuova fontana. La
congregazione diede ovviamente parere favorevole al ristabilimento del gioco. E'
assai interessante sintetizzare i motivi, alcuni dei quali anche
di natura religiosa, che spinsero il Papa a dare seguito alle richieste del
popolo: a) il gioco poteva essere reintrodotto in quanto vi era allora
stato un eminente parere di un'apposita congregazione; b) tutte le precedenti
proibizioni non avevano sortito grandi effetti; c) era grande il
rischio per i numerosissimi giocatori di andare incontro non solo alle sanzioni
previste dalla legge ma anche alla possibilità che i gestori
clandestini li defraudassero della vincita, soprattutto se questa era
particolarmente elevata; d) la sincera afflizione del Santo Padre nel sapere
che migliaia di suoi fedeli andavano incontro alla dannazione della loro anima,
pur se molti confessori non davano corso alle disposizioni
papali assolvendo ugualmente i giocatori pentiti; e) la grande fuga di denaro
dalle casse dello Stato Pontificio verso le casse degli Stati stranieri.
Tanto più che con il provvedimento concessorio di Papa Innocenzo XIII si era
potuto invertire il flusso, in quanto il lotto a Roma prevedeva
quote per l'ambo e per il terno notevolmente superiori a quelle praticate in
altri Stati e questo faceva affluire ingenti somme di denaro
dall'estero verso il lotto di Roma; f) durante la gestione statale del lotto si
era potuto verificare che questo assicurava l'onesto sostentamento di
oltre quattrocento famiglie. Avendo brillantemente risolto i problemi di ordine
morale e religioso, il 12 dicembre 1731 Papa Clemente XII
emanò l'editto con cui affermava "il ristabilimento in Roma di un nuovo gioco
del Lotto" che restava per interdetto alle persone vincolate al
voto di povertà , ai frati ed alle monache. L'incarico di gestire il gioco fu
concesso alla congregazione dei notabili dell'Impresa de' lotti e
all'Arciconfraternita di S. Gerolamo della Carità . Anche per dare una finalitÃ
morale a tale nuova attività , il Papa stabilì che i proventi del gioco
dovessero essere impiegati per assicurare ad ogni estrazione un'onorata dote a
cinque povere zitelle e, naturalmente, per la creazione di un
fondo destinato alla realizzazione di opere pubbliche. La scelta di affidare la
concessione all'Arciconfraternita non fu causale ma dettata dal
fatto che essa gi gestiva una seguitissima lotteria. Riportiamo l'interessante
descrizione ad opera del Clementi della prima estrazione del nuovo
lotto effettuata in data 14 febbraio 1732 in piazza del Campidoglio a differenza
della precedente gestione che la effettuava a piazza
Montecitorio: "Figurarsi l'attesa del popolino al quale per non mancava un
immediato sconforto. Aperti i botteghini per il nuovo gioco, un gerente
se ne fuggiva con 400 scudi riscossi dai giocatori! Fu la prima... vincita al
Lotto! La prima estrazione, eseguita il 14 febbraio, giovedì precedente al
primo sabato di Carnevale, era organizzata come una grande solennità . Sulla
piazza del Campidoglio era stato eretto un palco, ornato di velluti, sul
quale prendeva posto il Commissario con i chierici della Camera. Per il bussolo
posava sul tavolo alla volta del pubblico una bella urna di rame
inargentata. Le palle furono deposte nell'urna da un uomo di gran voce, vestito
con zimarra paonazza, che diceva i numeri innanzi al popolo. Tanta
era la folla accorsa per assistere all'estrazione che gremiva non solo la piazza
del Campidoglio e la scalinata ma si stendeva fino al palazzo Astalli.
Un fanciullo degli orfanelli estrasse 5 palle dall'urna e ne disse al popolo i
numeri che per la storia furono i seguenti: 56 - 54 - 18 - 6 - 23. Si immagina
la gazzarra dei vincitori, per i quali il Carnevale non poteva inaugurarsi sotto
auspici migliori. Naturalmente non mancò chi subito approfittasse
del gioco del lotto per inaugurare una piccola speculazione cabalistica".
L'operazione ebbe un notevole successo. Infatti, sin dalla terza estrazione,
il governo pontificio centrò il suo obiettivo assicurandosi le entrate fiscali
necessarie per dare corso ai lavori. Il 12 maggio 1732 Papa Clemente
poté quindi stanziare i primi finanziamenti per la costruzione della fontana di
Trevi. Lo apprendiamo dalla lettura di un manoscritto del 2
ottobre dello stesso anno redatto di pugno da Papa Clemente XII: "Abbiamo per
detta opera assegnata la somma di scudi 17.647,71 ritratta dal
sopravanzo della terza estrazione del lotto di Roma del 12 maggio prossimo
passato". Nel 1737, poiché anche altri Stati, avevano aumentato i
premi per l'ambo ed il terno allineandoli a quelli di Roma, si cercò di attirare
l'attenzione, ridestando l'interesse dei giocatori con
un'operazione finanziaria che consisteva nel riconcedere, seppur in un nuovo
modo, l'appalto del lotto. Furono così posti in vendita 20.000
carati, o porzioni, di 50 scudi ognuno. Il milione di scudi ricavato doveva
essere suddiviso in questo modo: 300.000 scudi a disposizione del
Papa, per lo Stato e per qualsiasi urgenza di Roma: 700.000 scudi al monte di
pietà . Quest'ultima cifra sarebbe servita nella somma di 100.000
scudi per il pagamento delle vincite del gioco qualora non fosse stato
sufficiente l'incasso delle puntate; i restanti 600.000 scudi sarebbero stati
investiti come riserva di gioco (se ad esempio il lotto fosse stato un giorno
proibito, questa cifra, ed i proventi derivati dagli investimenti con
essa compiuti, sarebbero stati divisi fra i caratisti). Ai possessori di questi
carati spettavano i due terzi degli utili netti ed anche gli interessi
derivati dai suddetti investimenti nella cifra in cui avessero superato il
milione di scudi. Ciò garantiva un fondo permanente di notevole entitÃ
e di conseguenza annullava qualsiasi possibilità di rischio sia per i caratisti
che per lo Stato. Nel 1770 Pio VI decise di tornare al sistema della
gestione centralizzata assunta dalla Reverenda Camera, con la solita
sovraintendenza della Tesoreria Generale. Risulta che nel 1785, sempre
sotto Pio VI, gli utili derivati dal lotto contribuirono alla bonifica delle
Paludi Pontine. A seguito dell'occupazione francese nel 1811, durante
la quale si consumò la grande "offesa" che vide l'arresto di Papa Pio VII
Chiaramonti, il lotto continuò senza interruzioni. Cambi solo la sede
ove avvenivano le estrazioni. Dalla piazza del Campidoglio si spostò l'urna
nella Chiesa delle Suore Benedettine della S.S. Concezione di Maria
in Campo Marzio. Interessante notare come furono cambiati i tempi in cui il
lotto era malvisto dal Governo, se è vero che l'estrazione
avveniva proprio sull'altare maggiore ed i numeri estratti venivano affissi
sulla facciata esterna della chiesa. Al ritorno del Papa, l'estrazione fu
nuovamente spostata in piazza Montecitorio ed il gioco cambi nome denominandosi
"Gioco del Lotto di Roma e Toscana". L'estrazioni da nove
salirono a 48: 24 si svolgevano a Roma e 24 in Toscana, ed il giorno
dell'estrazione venne fissato il sabato alle ore 12.00.
BOLOGNA
Anche nell'antico territorio dipendente da Bologna il gioco del lotto ha
conosciuto avverse fortune: divieti, bolle papali di interdizione,
carcere e pene corporali per i trasgressori. Nulla comunque servì a fermare lo
sviluppo del gioco. La comparsa di un qualche sistema di gioco
popolare a Bologna e probabilmente nelle Romagne può esser fatta risalire a
prima del 1551 secondo quanto risulta in un documento di
quell'anno, conservato nell'Archivio di Stato di Bologna. Tale documento
specificava che il lotto era diviso in tre parti ma ciò non è sufficiente
per capire esattamente come si articolasse il gioco. Sappiamo solo che i premi
consistevano in gioielli e che l'estrazione veniva effettuata tre
mesi dopo l'apertura della raccolta delle giocate. Inoltre a quella data il
lotto non era regolamentato n sottomesso a divieto alcuno tanto che
veniva talvolta gestito da Congregazioni, da pubblici amministratori o
addirittura da privati cittadini. Ciò non vuole dire che lo Stato
Pontificio non fosse a conoscenza della sua esistenza o ancor più dei guadagni
che ne derivavano. Infatti nel 1589 Sisto V decretò che i premi,
vinti al lotto e non ritirati entro i 10 giorni successivi, fossero devoluti
alla Compagnia di S. Bernardo in Roma. Ma proprio della fine del '500
il primo decreto con il quale si vietò ogni tipo di lotteria. Per quanto
riguarda il gioco del lotto nell'accezione moderna, dobbiamo ricordare
che sempre stato strettamente legato al lotto di Roma da quando Giulio II nel
1506 sottrasse la regione al dominio della famiglia Bentivoglio.
Come in altre regioni d'Italia, anche qui i divieti non impedirono per lo
sviluppo del gioco. Non a caso il testo del successivo bando del 22
settembre 1714 iniziava proprio con l'evidenziare la "poca stima si era avuta
delle proibizioni tante volte promulgate de Giuochi". Le prime
risalivano al secolo precedente. Ci fu quella imposta dal Cardinale Cybo, con la
sua lettera del 17 ottobre 1676, con cui "si vietavano i giuochi d
Lotti di Genova, Milano e Torino, e di qualsivoglia altra Città , e Luogo". Il 3
gennaio 1710 il Cardinale Lorenzo Casoni, riconfermando tutte le
proibizioni ordinate dai suoi predecessori, vietò ogni sorta di giochi, fra cui
dadi, riffe e lotti. Innocenzo XIII nel 1721 ammise il gioco a Roma
e in tutti gli Stati della Chiesa. In quell'occasione Bologna per motivi più di
cassa che di campanile, chiese ed ottenne di mantenere il proprio
gioco senza rientrare nella gestione centralizzata di Roma. Nonostante questo,
il gioco fu cancellato da Papa Benedetto XIII e poi reintrodotto
da Papa Clemente XII nel 1731 (si veda la storia del lotto a Roma). A seguito
dell'occupazione francese, il lotto bolognese si separò da quello
dello Stato pontificio anche se si seguitarono ad accettare scommesse per
estrazioni effettuate in diverse parti d'Italia, tra cui Roma. Anche a
Bologna il gioco del lotto era strettamente legato alla sorte delle "solite"...
zitelle. Tra le novanta orfane in et da marito venivano estratti
cinque nomi cui veniva riconosciuta una dote ottenuta dai proventi della
raccolta delle giocate. L'occupazione di Bologna ad opera delle
truppe austriache, (1799) ebbe come prima conseguenza quella di bloccare
completamente l'attività di gioco che riprese invece con regolaritÃ
con il ritorno dei francesi. Proclamata la Repubblica Italiana, il Governo, con
legge del 7 settembre 1802, fu autorizzato a riprendere quelle
regole in vigore in altre parti d'Italia, che risultavano essere le più
remunerative per la Nazione. Nel 1815 Bologna, con il trattato di Vienna,
tornò a far parte dello Stato della Chiesa. Il gioco del lotto si identificò cos
nuovamente con quello pontificio. Nel 1834 si giunse ad un vero e
proprio ordinamento di questo gioco ad opera di monsignor Tosti, Tesoriere
Generale di Sua Santità . Innanzitutto era sancito il divieto di
giocare in altre città riservando così il monopolio del lotto all'impresa
Romana. I "prenditori" dovevano avere regolare autorizzazione e non
potevano raccogliere giocate al di fuori del territorio loro designato. Veniva
proibito qualsiasi altro gioco d'azzardo (lotterie, riffe, tombole)
di qualsiasi natura fosse il premio in palio. Furono regolamentati i giorni e
gli orari delle estrazioni così come quelli di apertura e chiusura dei
banchi. Vennero poi sancite le pene per i falsificatori: a seconda della gravitÃ
del caso si andava da un minimo di 10 anni di carcere alla pena di
morte. I biglietti erano composti di due parti identiche fra loro: la matrice
per l'impresa e la bolletta per il giocatore. Alla chiusura delle
giocate tutte le matrici dovevano esser riposte in un armadio a tre diverse
serrature. Vennero regolamentate anche le giocate a credito: il
giocatore doveva dare una caparra pari a due giulii per ogni scudo scommesso e
sanare il suo debito prima dell'estrazione. Furono proibite le
giocate di mezzo baiocco poiché causavano da una parte eccessivo lavoro per
l'impresa, dall'altra non potevano che consentire vincite molto
limitate ai giocatori. L'editto contenente queste disposizioni doveva essere
affisso bene in vista in ogni ricevitoria, pena una multa di 100 scudi
per il prenditore. Tre anni pi tardi Monsignor Tosti dovette per intervenire su
questa regolamentazione per legittimare la consuetudine dei
ricevitori di chiedere una soprattassa di mezzo baiocco ai giocatori
ritardatari. La scusa era quella di dover pagare personalmente un corriere
che provvedesse alla consegna della matrice all'impresa. Ma tale legittimazione
ebbe un costo anche per i ricevitori visto che fu deciso che i sei
decimi di quel mezzo baiocco all'amministrazione del lotto. Tutto restò
inalterato fino a quando, nel 1860, l'Emilia assieme alla Toscana,
grazie al famoso plebiscito, si un al Piemonte nel grande disegno dell'unitÃ
d'Italia. Anche il gioco del lotto seguì le sorti della regione
uniformandosi, pur se non immediatamente, a quello nazionale.
TORINO
Se a Genova il predecessore del moderno gioco del lotto era chiamato "Giuoco del
Seminario", a Torino le scommesse erano legate al "gioco
delle zitelle". Dall'esame di un documento del 1674 si può verificare che Carlo
Emanuele II concesse ad un tal Chiapissone la facoltà di
"introdurre nello stato di Sua Altezza Reale un'estrazione da farsi ad
imitazione di quelle di Genova e Milano". Le scommesse erano abbinate
all'estrazione di cinque fortunate tra cento nomi di "povere figlie". Alle
vincitrici veniva regalata una dote di cento lire da versare "al tempo de
loro matrimoni, o occasioni di essere religiose". L'estrazione avveniva quattro
volte l'anno. Interessante notare che la lista delle cento "candidate"
era predisposta personalmente da Sua Altezza Reale. Il gioco conobbe una certa
fortuna tanto che venne addirittura "riesportato" a Genova,
patria del gioco del lotto. Nel 1735 risulta infatti che nella città della
Lanterna venne richiesta l'autorizzazione a svolgere il "gioco delle zitelle".
Successivamente il gioco delle zitelle prese piede anche a Napoli ed in molte
altre parti della penisola. Tornando a Torino, vediamo come, a
fianco degli iniziali scopi umanitari, anche il Governo piemontese non trascurò
evidenti finalità fiscali. La gestione del gioco venne infatti
affidata in cambio di canoni di concessione sempre più alti. Di concessione in
concessione il gioco prosperò sino al 1713 quando il duca
Vittorio Amedeo II, "preferendo l'utilità dei sudditi a quelle delle nostre
finanze" lo proibì, comminando pene corporali sia ai tenutari (due tratti
di corda) che ai giocatori (un tratto). Fu necessario attendere sino al 1742
perché, sotto la spinta del debito pubblico, il gioco del lotto tornasse
legale. Il 17 luglio un certo Antonio Tedeschi ebbe in concessione la raccolta
del gioco del "Seminario di Torino" per 114.002 lire annue. Fra il
1754 e il 1798 l'incasso globale ammontò a 18,9 milioni di lire e i proventi a
12,7 milioni con un rapporto dunque di due terzi di entrata netta.
In questo periodo furono autorizzate molte lotterie per le più svariate cause
sociali: a favore di ospedali, ospizi, ordini di frati etc. e persino
per cause riguardanti singoli individui (infortuni, indigenti, carcerati, etc.).
In generale i prezzi dei biglietti erano superiori a quelli del "lotto di
seminario", tanto da essere spesso inaccessibili al popolo. Si giunse così ad
una diversificazione di lotterie per classi. Il governo incassava il 10%
sul prezzo dei biglietti. Il gioco era così diffuso che in Piemonte si rese
necessaria l'istituzione di un giudice speciale per giudicare le cause civili
e criminali relative a questioni legate al lotto. Successivamente il gioco
continuò la sua progressiva espansione sino al 1802 quando il Piemonte
cadde nella rete di Napoleone. Il lotto allora confluì nella "Lotteria Imperiale
Francese. Nel 1814, al ritorno in patria dei reali sabaudi, il gioco
continuò come se nulla fosse accaduto passando sotto la Direzione Generale della
Regia lotteria. Una serie di importanti provvedimenti
normativi (emananti nel 1816, nel 1820, nel 1838 e nel 1841) regolamentarono
assai minuziosamente il gioco, fissando rigide regole contabili.
Ogni mese alla presenza del vicario e dei sindaci di Torino si effettuavano in
pubblico due estrazioni. Da ogni comune il sindaco chiedeva i
registri e segnava l'ora della partenza del pedone che li portava a Torino e che
doveva giungerci un giorno prima dell'estrazione, perché i
registri fossero verificati e archiviati prima di provvedere all'estrazione.
Fino al 1814 ai ricevitori del lotto fu riconosciuto l'aggio dell'8%, più
tardi (1828) tale percentuale rimase all'8% per le prime 20.000 lire riscosse,
scendendo progressivamente fino all'1% sulle riscossioni oltre le
200.000. Le vincite erano pagabili entro 4 mesi, trascorsi i quali il diritto al
premio decadeva. Le estrazioni rimasero quattro al mese: due sulla
ruota di Torino e due facevano riferimento alle estrazioni di Genova. Il numero
di "banchi" fu dapprima stabilito in 216 ma in seguito fu
regolato in base alla popolazione: un banco in comuni di almeno 3000 abitanti e
uno ogni 4.000 nelle città .
NAPOLI
A Napoli il lotto è re. E' così tanto diffuso che molti probabilmente pensano
che il gioco sia proprio un'invenzione partenopea. E' invece
molto interessante notare che in realtà qui il lotto si diffuse tardivamente. La
sua prima apparizione è datata 1682 ed era prevista una sola
estrazione l'anno. Successivamente le estrazioni furono portate a due o tre
all'anno. Nel 1689 il gioco del lotto venne addirittura abolito,
perché considerato "pernicioso per gli interessi delle famiglie", ed i
napoletani dovettero attendere ben 24 anni prima di poter tornare a giocare.
Nel 1713 fu infatti decretata la sua definitiva reintroduzione. Furono previste
tre estrazioni annuali, portate a nove nel 1737. Il gioco, che in un
primo tempo si chiamava "Seminario di Napoli" e poi "Nuovo Lotto di Napoli", era
legato, come in molte altre zone italiane, all'estrazione di
cinque nomi tra quelli di novanta zitelle. Per dare un impulso al gioco nel 1774
vennero affiancate alle nove estrazioni di Napoli altre nove che
avevano luogo a Roma, fino a quando, nel 1798, fu deciso che tutte le diciotto
estrazioni fossero effettuate a Napoli. Fino ad allora il gioco
venne gestito mediante la concessione in appalto ma in quell'anno fu istituita
un'amministrazione speciale. Nel 1804 il numero delle estrazioni
salì a 24. Il gioco continuò a svolgersi con regolarità anche sotto la
denominazione francese. Il 18 gennaio 1806 il Comandante Giuseppe
Bonaparte emanò un decreto con il quale rassicurava la popolazione circa il suo
regolare svolgimento. "Le estrazioni - si legge nel decreto -
continueranno a darsi nel modo solito e le vincite saranno religiosamente
pagate, come in passato". Nel 1807 ci fu un tentativo, di istituire una
"regia interessata", affidandola per sei anni all'imprenditore Carlo Guedard, a
fronte della corresponsione di un canone annuo di ben 286 mila
ducati. Lo Stato si riservò anche una partecipazione sugli utili. L'anno
successivo le estrazioni aumentarono di numero, passando prima a 25 e
poi, nel 1811, a 26. Nel 1810 il contratto fu sciolto a causa delle gravi
perdite subite dal gestore. Il lotto tornò allora allo Stato che costituì,
l'anno successivo, un servizio autonomo con la denominazione di "Amministrazione
de' Regali Lotti", alle dirette dipendenze del Ministero
delle Finanze. Col diffondersi del gioco crebbero anche il numero delle
estrazioni. Nel 1817 salì a 50, 25 "ordinarie" e 25 "straordinarie", anche
grazie all'abolizione del lotto a Palermo. I ricevitori venivano chiamati
"prenditori" o "pastieri" e le ricevitorie "pasti" o "botteghini". Abbiamo
notizia che nel 1843 i "Botteghini" erano circa mille, ben distribuiti nel
territorio del Regno, esclusa la Sicilia (che gestiva un lotto proprio). Le
estrazioni avevano luogo il sabato nel palazzo della "Vicaria" ove aveva sede il
tribunale. Alla presenza di due magistrati della Grande Corte
dei Conti in toga e di due cittadini, venivano estratti i cinque numeri per mano
di un bambino bendato scelto nelle parrocchie della città .
Prima dell'estrazione il bimbo veniva benedetto dal parroco di Santa Caterina a
Tornello. L'estrazione avveniva alla presenza di due cittadini
del "popolino" che venivano appositamente chiamati a salire sul palco per
certificare la regolarità delle procedure. Per ogni estrazione
venivano assegnate cinque doti ad altrettante zitelle i cui nomi erano stati
abbinati ai cinque numeri estratti tra i novanta imbussolati. Nel
1799 l'importo della dote venne fissato in 25 ducati ciascuna. Il lotto a Napoli
conobbe subito grande diffusione e popolarità ma Garibaldi, con
un decreto a propria firma, ne decise l'abolizione a partire dal primo gennaio
1861. L'ordine non fu mai eseguito perché, a seguito del
plebiscito che stabilì l'unione dei territori del regno delle Due Sicilie
all'Italia, il gioco fu nuovamente reso legale nella non difforme versione
nazionale. Anche a Napoli il lotto non mancò di avere anche finalità sociali.
Nel 1764 infatti re Ferdinando ordinò che con i proventi del lotto
fosse assegnata un'elemosina di sette ducati alle Cappuccinelle, dette le
"Trentatre", perché pregassero per la felicità del Regno. In maniera assai
simile nel 1817 fu stabilito che un'elemosina di 3 ducati e settanta fosse
devoluta in occasione di ogni estrazione straordinaria.
PALERMO
Non è facile stabilire con esattezza quando il lotto fece la sua prima
apparizione nell'isola. Secondo alcuni storici (Pirtè, Petitti di Roreto) il
gioco iniziò a diffondersi prima a Palermo e poi in tutta la regione dopo la sua
istituzione a Napoli nel 1713. Secondo il Majorana invece il
lotto "ebbe istituzione pubblica come in Napoli nel 1682, l'abolizione nel 1689
e ristabilimento nel 1713". Il popolo lo identificava come "iocu di
Napoli". Alcune fonti indicano che nel 1758 ne fu stabilita ufficialmente
l'istituzione prevedendo nove estrazioni all'anno sulla ruota di
Napoli. Lo si deduce dal manoscritto "Opuscoli palermitani, giuochi volgari si
di mano come di sorte usati in Sicilia" di Emanuele Gaetano
Francesco, marchese di Villafranca, e dalla lista delle novanta zitelle legate
all'estrazione del 4 febbraio 1758 sulla ruota di Napoli, in possesso
dell'Intedenza di Finanza di Palermo. In calce all'editto, è stata riportata a
mano la seguente dicitura: "Regio Lotto di Napoli or qui a Palermo".
Da ciò si deduce come il lotto di Palermo, pur collegato a quello di Napoli,
avesse in realtà vita propria. Una "regia impresa" doveva curarne la
gestione. Sin dai primi anni del 1800 anche Palermo ebbe proprie estrazioni.
Dall'esame di alcune giocate di quel periodo, si può capire che
probabilmente si poteva scommettere su abbinamenti gi predisposti di nomi di
zitelle. Le giocate infatti erano prestampate. Il giocatore poteva
cioè scegliere tra le varie, possibili combinazioni predefinite stabilendo la
posta. Con proprio decreto del 1816 re Ferdinando IV decretò che
sui numeri estratti sulla ruota di Palermo potessero giocare anche i sudditi che
non risiedevano in Sicilia. Avvenuta l'estrazione a Palermo nel
Palazzo del S. Uffizio, il Gran Camerario del Dipartimento del lotto di Sicilia
comunicava i nomi delle zitelle vincitrici ed i relativi numeri al
Direttore Generale del lotto di Napoli. Per accelerare i tempi di informazione
veniva utilizzato il sistema del telegrafico ottico che operava
regolarmente tra le due città . Il 10 dicembre 1817 furono raddoppiate le
estrazioni di Palermo, aggiungendo, alle dodici estrazioni ordinarie,
altre dodici straordinarie. Nel complesso dunque si ebbero ventiquattro
estrazioni all'anno. Le giocate sulle estrazioni straordinarie potevano
essere raccolte solo nei comuni di Palermo, Messina e Catania. Alle fortunate
zitelle, estratte con le estrazioni straordinarie, veniva
riconosciuta una dote pari alla metà di quella fissata per le estrazioni
ordinarie. Nel 1820 la raccolta del gioco per le estrazioni straordinarie fu
estesa a Trapani, Agrigento (indicato nell'editto con l'antico e nobile nome di
Girgenti), Corleone, Termini, Caltanissetta e Cefalù. La
gestione del lotto di Palermo era affidata alla "Amministrazione della Regia
Impresa del Lotto". L'Amministratore generale, nominato nella
persona del Principe di Altofonte, controllava due amministratori, uno a Messina
ed uno a Catania. Nel 1852 le estrazioni annuali furono
elevate a 50. Si svolgevano tutti i sabati eccetto quelli successivi a Natale e
Pasqua. Nel 1863 il gioco del lotto di Palermo fu inglobato nel gioco
del lotto nazionale.
LUCCA
A Lucca per oltre centoventi anni il gioco del lotto ebbe vita autonoma. La
prima notizia sul gioco della repubblica oligarchica toscana risale al
1722, esattamente al 27 marzo. Anche in questa parte d'Italia, il gioco fu
inizialmente duramente osteggiato. E' anzi interessante notare che il
motivo che spinse il Senato a promulgare una legge di autorizzazione del gioco,
fu proprio legato al fatto di voler limitare al minimo il rischio
di truffe e raggiri cui sempre più spesso erano vittime i sudditi lucchesi. In
altri termini il Senato di Lucca decise di regolarizzare il lotto
proprio per combattere il "lotto nero". Fu così che - appunto - il 27 marzo 1722
il Senato di Lucca decretò in materia di gioco del lotto
regolandolo in modo assai preciso ed avendo con primo obiettivo quello di recare
il minor danno possibile ai cittadini. A riprova di questa
buona intenzione sta il fatto che inizialmente non fu previsto alcun ricavo a
favore dell'erario. I proventi, al netto delle spese e delle quote
devolute ad un fondo di garanzia, erano interamente ridistribuiti ai giocatori.
Si dovette attendere oltre vent'anni prima che anche nella
repubblica di Lucca adeguasse al resto d'Italia, gestendo il lotto con finalitÃ
fiscali. Infatti il 23 aprile 1748 il gioco venne dato in appalto a
fronte di un compenso di 37.500 lire l'anno. La società appaltante fu costituita
grazie ad una sorta di azionariato popolare "ante litteram". Il
capitale societario doveva essere costituito da un minimo di 240 quote ad un
massimo di 288. Ogni famiglia non poteva sottoscrivere più di
una quota. Ogni quota corrispondeva a 937 lire e dieci soldi. Il compenso pagato
dalla società veniva per un terzo devoluto alle zitelle povere
(ritorna anche a Lucca il gioco genovese delle zitelle), per un terzo serviva
per liberare al Monte i pegni di basso valore (meno di dieci soldi) e il
restante terzo veniva incamerato dal Tesoro. Molto interessante è anche notare
come il gioco del lotto a Lucca - almeno inizialmente - facesse
riferimento ad estrazioni compiute in altri Stati. Questo dimostra ancora di più
la vocazione sociale più che fiscale dell'intera
regolamentazione del gioco da parte del Senato lucchese. Del resto nel preambolo
del bando che istituiva il gioco del lotto era iscritta una
curiosa avvertenza che invitava i sudditi a - "non lasciarsi sedurre e
trasportare da quella lusinghiera speranza che con mettere in vista un grosso
guadagno ha cagionato la fortuna di pochi e la rovina di molti". Dopo il primo
triennio il sistema dell'appalto fu prorogato. Si pensò di
utilizzare i proventi del gioco del lotto, assieme a quelli di una nuova tassa
sul sale, per costruire l'acquedotto. L'idea, certamente molto utile
sotto il profilo sociale, sembra non abbia per trovato pratica applicazione. In
merito alla liceità morale del gioco del lotto riportiamo un
interessantissimo brano dell'opera "Della pubblica felicità " di Lodovico
Muratori, erudito letterato del 1700. L'importante opera, edita a Lucca
nel 1749, riporta in un intero capitolo le valutazioni etiche che imporrebbero
ai Governi di vietare il "Lotto di Genova, mirabil'invenzione per
adescare un'infinità di persone, le quali incantate da un proposta d'un immenso
guadagno, qualor si colga un'ambo, e molto più se un terno, vanno a
seppellir ivi una prodigiosa quantità di danaro". Nonostante queste reticenze,
il sistema dell'appalto si protrasse sino al 1778 quando lo Stato
tornò a gestirlo direttamente. Gli utili del gioco vennero ripartiti equamente
fra i quattro uffici: "delle acque e strade delle sei miglia", "delle
strade della città ", "della foce di Viareggio", "dei bagni". Nel 1799, a seguito
della caduta della repubblica, il lotto tornò ai privati. Era prevista
anche la partecipazione societaria dei singoli cittadini cui era riconosciuto un
interesse che variava tra il 5 ed il 6% annuo, oltre la
partecipazione ad un terzo degli utili, pagata la quota annuale fissa di 22.550
lire dovuta al Tesoro. Tale partecipazione salì poi alla metà degli
utili. Nel 1804 lo Stato tentò di rientrare in pieno possesso del gioco ma di
fatto non vi riuscì non potendo restituire i denari ai sottoscrittori
privati. Nel 1807, per la prima volta, si ebbe l'introduzione delle estrazioni
nel territorio di Lucca. Se ne facevano trentasei all'anno. Una il
cinque di ogni mese, una il quindici e la terza il venticinque. Importante il
provvedimento datato 1820 con il quale Maria Luisa riordinò per
intero l'ordinamento del gioco. Per ogni giocata si era obbligati a versare un
"quattrino" che serviva per pagare l'assistenza ai cittadini meno
abbienti. Le sedi estrazionali vennero allargate a tre, aggiungendo a Lucca
anche Camajore e Borgo a Mozzano. Due anni più tardi un decreto
fissò la regola che le vincite fossero tassate nella misura del 5%. I fondi così
ricavati vennero destinati alla costruzione di un acquedotto,
riportando in auge l'idea di settant'anni prima. Il gioco del lotto lucchese fin
di esistere autonomamente nel 1847 quando la Repubblica fu
assorbita dal Granducato di Toscana.
FIRENZE
Già nel 1520 nella repubblica di Firenze si era ricorsi alla vendita di polizze
per smaltire alcuni beni. Sappiamo inoltre che vennero nominati
alcuni cittadini con l'incarico di invogliare all'acquisto dei biglietti il
popolo che in verità si era mostrato alquanto reticente. Nel 1556 Cosimo
I, versando una somma in denaro, formò una società tenutaria del gioco con
alcuni mercanti, che a loro volta depositarono in pegno oggetti
preziosi. Fu inoltre concesso, ad ulteriore garanzia dell'impresa, che sul fondo
cassa del gioco del lotto si riversasse quanto il Granducato
incassava con le condanne pecuniarie. Cosimo I ricorse all'istituzione di questa
vendita in lotti per coprire le ingenti spese sostenute per
assoggettare Firenze e poi Siena. Nel 1688 troviamo invece sancito il divieto di
prendere parte al "Gioco del Seminario" di Genova. E' del 1732
un bando che torna a condannare l'immoralità del lotto che fa dimenticare al
popolo l'onesto vivere e lo spinge a commettere i più svariati
misfatti pur di procurarsi il denaro da impegnare al gioco, causando, non
ultimo, la fuoriuscita di ingenti somme con le puntate effettuate sul
lotto estero. Vennero così stabilite multe e prigione per chi gestisse il gioco.
Sembra però che questo tipo di condanne non sortì grande effetto
visto che nel 1737 venne aggiunta come pena anche la tortura. Solo due anni
dopo, nel 1739, arriviamo all'istituzione del lotto nel Granducato
di Toscana. Il gioco fu dato in appalto per nove anni ad un certo Ottavio
Cataldi al quale era pure concesso di accettare giocate sui lotti esteri.
Anche qui troviamo le novanta zitelle per cinque delle quali doveva essere
sorteggiata una dote da destinarsi al momento del matrimonio o
dell'entrata in monastero. Nel frattempo le doti sarebbero state depositate in
Santa Maria Nuova o investite al Monte. Le estrazioni venivano
effettuate, oltre che a Firenze, anche a Pisa e a Livorno. Anche nel Granducato
di Toscana venne attuata la regola del "castelletto". Era inoltre
operante il divieto, che troviamo per la prima volta, di accettare giocate sui
lotti esteri quando le estrazioni vi erano gi avvenute anche se non
erano ancora giunti i risultati. Alle ricevitorie, dette "prenditorie", era
fatto obbligo di tenere dei registri sui quali riportare le giocate. Prima
che si effettuassero le estrazioni, i registri dovevano essere recapitati
all'Impresa e l riposti in un archivio chiuso con tre diverse serrature le cui
chiavi erano tenute: una dall'impresario, una dal primo deputato e l'ultima dal
Direttore dell'Azienda. Un delegato del direttore doveva
apporvi i sigilli. Nel 1775 si emanarono nuove disposizioni in base alle quali
era lasciata all'impresa la libertà di decidere date, luoghi e numero
delle estrazioni e le ragazze sorteggiate, sempre appartenenti alle varie
parrocchie del Granducato, avevano diritto a ricevere subito la dote
senza attendere l'eventuale matrimonio "spirituale o temporale". Gli appalti
continuarono ad essere concessi al 1784, anno in cui
l'amministrazione del lotto passò allo Stato senza che il regolamento subisse
fondamentali variazioni. Quando nel 1802 al Granducato successe
il Regno d'Etruria, il gioco continuò senza ulteriori riforme mentre più tardi,
con la denominazione francese, fu introdotta la Lotteria
Imperiale di Francia con le sue regole. Con la restaurazione del Granducato
(1814) si ritornò alla precedente regolamentazione fino al 1821
quando Ferdinando III di Lorena la corresse e completò dandogli
quell'impostazione che verrà poi presa ad esempio quando, con la
formazione del Regno d'Italia, si rese necessaria una legislazione in materia
comune a tutte le regioni. Una legislazione che in fondo ancora
oggi in vigore, almeno nelle principali linee guida. Si stabiliva innanzitutto
un capitale come fondo della lotteria e si fissava la direzione
generale a Firenze. Ad ogni 4000/5000 abitanti corrispondeva una ricevitoria ed
i ricevitori, autorizzati dalla Direzione Generale, potevano
nominare dei sostituti per la raccolta del gioco nelle zone circostanti. Poiché
i ricevitori dovevano rispondere delle loro azioni e di quelle dei
loro sostituti verso i giocatori e l'impresa, essi dovevano offrire una garanzia
in denaro o immobili. Le giocate possibili erano l'estratto
semplice, l'estratto determinato, l'ambo, l'ambo determinato ed il terno. I
ricevitori potevano accettare puntate solo sull'estrazione della
settimana in corso e non era permesso giocare a credito. Per quanto riguarda il
trasporto delle matrici veniva consigliato l'utilizzo della Posta
ma era anche possibile provvedere diversamente. Dopo un controllo alla Direzione
di Pisa le matrici passavano alla Direzione di Firenze dove
per essere accettate dovevano giungere entro le ore 12 del giorno fissato per
l'estrazione altrimenti venivano annullate e le rispettive giocate
rimborsate. Le matrici dovevano inoltre essere controllate da una speciale
divisione che applicava eventualmente la regola del "castelletto"". Per
quanto riguarda le estrazioni erano 48, una metà effettuate in Toscana, l'altra
facevano riferimento al lotto di Roma. Veniva anche descritto il
tipo di recipiente di forma elissoidale e ottagona adibito all'imbussolamento
dei 90 numeri i quali dovevano essere riportati in numero e in
lettere su fogli quadrati a loro volta inseriti in contenitori di cartone
identici fra loro. A questi numeri corrispondeva ancora il nome di una
fanciulla bisognosa, nubile, in et compresa fra i 15 e i 30 anni e di provata
moralità alla quale in caso di favorevole sorteggio veniva attribuito
una dote di lire 100. Qualora la fanciulla morisse prima dell'estrazione del
numero a lei legato, il diritto al sussidio spettava agli eredi. Fu
infine vietata qualsiasi altra forma di lotteria, a meno che la Direzione
Generale non concedesse eccezionalmente la propria autorizzazione,
purché non fossero offerti premi in denaro. Qualora il valore dei premi in
palio, stabilito con perizia effettuata dalla Direzione Generale,
superasse le trecento lire era previsto il pagamento di una tassa equivalente al
5% del valore totale dei premi stessi.
PARMA
Nei territori dei ducati di Parma, Piacenza e Guastalla non è possibile risalire
con esattezza a quando il gioco del lotto sia stato introdotto.
Secondo i più illustri studiosi, tra i quali non possiamo non citare il Petitti
di Rereto, nei tre ducati il gioco venne introdotto all'inizio del
XVIII secolo (1700), più o meno nello stesso periodo in cui il gioco faceva le
prime apparizioni a Milano. Il primo documento ufficiale di cui si
ha notizia relativamente al gioco risale al 3 luglio 1753. Dall'esame di quella
"Grida" si può capire molto sull'effettivo funzionamento del
gioco in quella regione e si scopre che era scaduta la "sejennale locazione
dell'impresa de' Seminari di questa città di Parma, Piacenza e Guastalla e
loro Stati sopra le estrazioni del lotto di Parma, Milano, Venezia, Genova e
Roma". In altri termini, era possibile giocare non solo sulle estrazioni
effettuate a Parma ma anche scommettere sulle quelle compiute nelle altre
principali città italiane ove il gioco era gi consolidato. Il
rinvenimento di una bolletta dell'epoca ha reso possibile risalire al fatto che
anche negli stati farnesi il gioco si basava sull'estrazione di una
lista di giovani orfane in et da marito, le più fortunate delle quali ottenevano
in regalo un'adeguata dote per coronare il loro sogno d'amore. In
proposito si ha notizia di un avviso di un'estrazione effettuata il 7 maggio
1755 che riporta l'elenco delle partecipanti. Con altro bollettino
informativo si rende noto l'elenco delle nubili che si aggiudicarono la dote.
Nonostante la rapida diffusione del gioco, la sua gestione non fu
sempre felice. Nel 1757, in occasione dell'estrazione del 10 febbraio, si ha la
prova che l'erario registrò una secca perdita. A fronte infatti di
19.588 lire di incasso, furono pagate ben 34.000 lire di vincite, con un
disavanzo di ben 14.412 lire. Il lotto a Parma restò immutato sino al
1802, anno della morte del Duca Ferdinando, ultimo duca degli Stati farnesi. In
quell'anno il ducato di Parma passò sotto l'autorità di
Napoleone che inviò il Consigliere di Stato, Moreau de Saint-Mery, al fine di
amministrare i nuovi territori acquisiti con la Campagna d'Italia.
Come era abitudine della classe dirigente d'oltralpe, si volle dare al ducato
parmense gli stessi ordinamenti vigenti in Francia. Anche il lotto
sub questa nuova impostazione. Pur restando formalmente in vigore, il lotto
parmense dovette adattarsi alle regole della simile Lotteria
Imperiale Francese. A testimonianza di questa profonda innovazione, resta
l'editto firmato dal consigliere Moreau, datato 4 settembre 1805.
Con la caduta di Napoleone, il Ducato di Parma uscì dalla sfera d'influenza
francese e, datosi un Governo provvisorio, ristabilì, in materia di
lotto, le vecchie regole prenapoleoniche del "Gioco del Seminario" abbinato alle
povere ragazze in et da marito. Venne stabilito che le
estrazioni, al fine di "rendere l'atto solenne e garantire la pubblica fede",
fossero svolte sotto il portico grande della Piazza di Parma alla presenza
del Podestà , del Procuratore del Governo e dei Commissari di Polizia. Nel 1863
fu emanata una disposizione dal Governo piemontese secondo
la quale tutte le varie regolamentazioni locali in materia di lotto erano
abrogate e si intendevano valide quelle nazionali. Il lotto "farnese" si
tingeva definitivamente di tricolore.
MODENA
La prima prova certa dell'esistenza del gioco negli stati degli Estensi è
rappresentata da un rogito notarile che formalizzava un appalto con una
società milanese per l'esercizio del gioco a fronte del pagamento di un canone
di 11.719 lire annue. Era l'anno 1756. Nove anni più tardi, nel
1765, venne emanata una legge in materia di gioco del lotto che stabiliva che
l'estrazione dovesse essere compiuta alla presenza del Priore e del
Cancelliere. Questo provvedimento era evidentemente motivato dalla necessità di
dare la più totale assicurazione ai giocatori della perfetta
regolarità del gioco. Nel giugno 1767 il Duca di Modena vietava ogni sorta di
gioco e di scommessa che prevedesse l'impiego di denaro. Dopo
qualche mese, esattamente nel dicembre dello stesso anno, emanò un decreto che
regolava con precisione il gioco del lotto, che a quel punto
restò l'unico gioco legale nel Granducato. Anche a Modena il gioco verteva sul
"gioco delle zitelle". Imbussolati novanta nomi di giovani
ragazze in cerca di marito, come al solito ne venivano estratti cinque. Alle
fortunate vincitrici andava la dote per potersi maritare ed al popolo
giocatore le vincite abbinate ai numeri corrispondenti alle cinque vincitrici.
Leggendo il testo dell'editto si capisce che sin d'allora doveva
esistere la piaga del lotto clandestino. Non a caso infatti l'articolo 6
comminava ai giocatori ed ai raccoglitori illegali una contravvenzione di
cento scudi d'oro oltre la confisca delle giocate. Interessante notare che in
caso di insolvenza del pagamento della contravvenzione,
quest'ultima veniva commutata in "tre tratti di corda" e nell'esilio "da tutti
questi Serenissimi Stati". Il gioco era concesso in appalto anche se le
estrazioni dovevano avvenire secondo regole ben precise ed alla presenza di
autorità che ne assicuravano il regolare svolgimento. Presenziavano
infatti il Priore della Città , i giudici alle vettovaglie, l'avvocato fiscale,
il Cancelliere Generale ed il direttore del lotto. E' interessante notare
come le modalità delle estrazioni fossero molto simili a quelle odierne. Un
incaricato, chiamato servente, mostrava l'urna vuota. I novanta
bigliettini contenenti altrettanti nominativi venivano chiamati, uno per uno,
mostrati al pubblico, racchiusi in una sfera ed immessi nell'urna.
Terminata l'operazione dell'imbussolamento, l'urna veniva girata numerose volte
e successivamente riaperta. La delicata funzione
dell'estrazione veniva assicurata dalla mano di un bambino scelto a caso. La
sfera estratta dal bimbo veniva passata al Priore che l'apriva in
modo molto visibile, leggeva il numero contenuto e passava il biglietto al
Cancelliere che ne annotava l'uscita su un verbale in due copie. Una
era destinata al Ministro delle Finanze, l'altra alla Ferma Generale. Anche nel
Granducato il gioco del lotto seguì le sorti politiche del Paese.
Dal 1796 al 1814 si succedettero la Repubblica Cispadana, la Repubblica
Cisalpina e il Regno d'Italia. Sotto Francesco IV, con la restaurazione
degli Estensi a Modena sotto l'impero austriaco, il gioco fu nuovamente
regolamentato con la notificazione del 10 dicembre 1814. Le
estrazioni avvenivano, ogni dieci giorni, alternativamente a Reggio Emilia e a
Modena. In un secondo tempo si svolsero anche a Massa. Il lotto
di Modena restò autonomo sia durante la dittatura del Farini (1859) che in
seguito all'annessione del Granducato agli Stati Sardi, dopo il 1860.
Dal 1863 il gioco del lotto venne infine inglobato nel gioco del lotto
nazionale.
|